La Storia

Sull’origine di Candela, molte sono le versioni, alcune di esse contrastanti,
diverse autorevoli.
Lo storico Nicola CORCIA, nella sua "Storia delle Due Sicilie dall’antichità
più remota al 1799 " (Napoli 1843-47, pag. 593) fa risalire
l’origine del paese, col nome di "Candane", ai cretesi,
così come pure il Cely Colaianni nel suo "Vocabolario Etimologico
Erudito di parole italiane derivanti dal greco" (Napoli 1866)
Entrambi, fondarono le loro convinzioni su uno scritto del più antico
storico greco, Ecateo di Mileto (sec. V a.C) che faceva riferimento ad un’antichisimma
città a nome Candane, appunto, situata nella Iapigia.
Al di là della convinzione dei predetti, non esistono, a tutt’oggi,
elementi oggettivi che possano far ritenere tale ipotesi reale. Documentazione
certa, custodita nell’Archivio della SS. Trinità di Cava dei
Tirreni, si ha, invece, a partire dal 1066. Tuttavia, sull’origine
del paese, la versione più accreditata, riscontrata in toto proprio
a partire da quest’ultima data, è quella del Sacerdote e storico,
Adriano BARI, secondo il quale, l’attuale paese sorse nel periodo
delle invasioni Ostrogote-Longobarde, le cui razzie, avevano costretto la
popolazione di origine Dauna ad abbandonare un primitivo borgo, situato
poco distante, per rifugiarsi sulla collina. Dell’antico borgo pre-invasioni,
è fatto cenno nella V satira di Orazio. Recita, questa, testualmente:
"Incipit ex illo (Benevento) montes Apulia notos
Ostentare mihi, quos torret Atrabulus et quos
Nunquam erepsemus, nisi nos vicina Trevici
Villa recepissent, lagrimoso non sine fumo
Udos cum foliis ramos urente camino.
Quatuor hinc rapimur viginti et millia rhedis
Mansuri Oppidulo quod versu dicere non est,
Signis perfacile est venit vilissima rerum
Hic aqua:sed panis longe pulcherrimus ultra
Callidus ut soleat humeris portare viator,
Nam Canusi lapidosus, aqua non ditior urna"
Dunque Orazio partito il mattino da una villa vicina a Trevico
e dopo aver percorso 24 miglia romane, andò a pernottare in un piccolo
oppido, che non valeva la pena mettere in versi, che era sulla via Egnazia
detta poi Traiana. Secondo alcuni studiosi, il piccolo Oppido oraziano va
identificato in un borghetto ubicato ai piedi della attuale Candela. Il
ritrovamento di alcuni sepolcri, avvenuto all’inizio di quest’ultimo
secolo non lontano dall’abitato, dimostrano che verso la base della
collina, nelle vicinanze della via che all’epoca romana portava da
Trevico a Canosa, doveva esservi un borghetto antico abitato dagli indigeni
dell’antica Daunia, come dimostrano i vasi in essi rinvenuti.
Ad avvalorare questa ipotesi vi è un recente studio del Prof. Erminio
Paoletta, il quale identifica la località Honoratianum con l'antica
Candela.
Honoratianum è il nome assegnato sull'Herculea minor dall'Itinerarium
antoninianum ad un luogo segnato a XV miglia dopo l'accadiese ad matrem
magnam, identificabile appunto con Candela (situata pure oggi a 30 Km. da
Accadia) sul percorso dell'antica Herculea o Traiana Minor.
Secondo A. BARI, è probabile perciò che la popolazione di
questo borghetto Oraziano, il quale senza dubbio era in luogo aperto ed
indifeso, all’epoca in cui Totila, flagello di Dio, fece diroccare
le mura di Benevento, si fosse spinta in alto della collina cercando riparo
da dette scorrerie. Come pure è probabile che quando i Longobardi
fondarono il Ducato di Benevento (570-571), una loro banda avesse invaso
il nuovo borghetto e, allettata dalla posizione strategica e dalla fertilità
dei campi, vi si fosse stabilita ed avesse fatto erigere una Chiesa dedicata
a San Michele Arcangelo ed una rocca. (E’ noto, infatti, che i Longobardi
dell’Arcangelo erano devotissimi e che per loro opera, nel periodo
furono erette molte chiese e monasteri a Lui dedicate). La rocca che questi
costruirono in Candela, sul punto più alto del paese e nel rione
ora denominato "Cittadella", divenne successivamente un castello,
ovvero un paesello circondato da mura e difeso da una rocca.
Così come si evince da un documento dell’archivio della SS.
Trinità di Cava dei Tirreni nel gennaio del 1066, il Castello di
Candela, era posseduto dal normanno Guglielmo o Guidelmo, conte di Principato
e fratello minore di Guglielmo Braccio di ferro che a difesa dello stesso
aveva nominato viceconte un certo Ansererio. In detto documento, vi si attesta
l’oblazione della chiesa che l’Ansererio fece per la sua anima
e dei parenti suoi, all’abate del Monastero di S. Maria di Pescolo.
Vi si legge infatti:
<< in eodem loco (Candela) a foras muras praedicti castelli,
vetustam, dirutum, vocabulum Sancti Michaelis Arcangeli >>
Se dunque questa chiesa, dedicata all’Arcangelo, era fuori le mura
del castello, antica e rovinata tanto che il viceconte Ansererio prima di
farne oblazione l’aveva fatta riedificare e consacrare (conciavi
illam, deoque opitulante ad culmen perducta aedificare et consacrare feci
de mea substantia), deve certamente ritenersi che la stessa
dovette servire non per uso degli abitanti del castello, ma di una popolazione
che da tempo antico si era stabilita sulla collina.
L’ultima famiglia feudataria di Candela, è stata la famiglia genovese dei Doria. Infatti, nel 1531, alla morte di Filiberto d’Orange, Carlo V, concesse al grande ammiraglio Andrea DORIA, per i servizi avuti, il principato di Melfi ed il tenimeno di Candela. Quest’ultimo periodo, è senz’altro quello più importante della storia del paese. Sotto i quasi 277 anni che i Doria possedettero Candela, la cittadina andò man mano crescendo fino a divenire vero punto di riferimento della zona. In tale periodo,infatti, a testimonianza della sua crescita, furono costruite la Chiesa Madre, la Chiesa della Concezione ed un ospedale civile, annesso a quest’ultima ed il bellissimo palazzo Doria.
Moltissime erano, infatti, le botteghe artigiane e ricercatissimo era il suo grano, che esperte mani contadine coltivavano nei fertili campi.
Notevole era anche la pastorizia. Qui affluivano le greggi della Transumanza dopo aver percorso il tratturo grande Pescasseroli-Candela e dopo aver pagato il tributo alla Dogana delle pecore di Foggia.
Ma un avvenimento abbastanza significativo dell’importanza che assunse
il paese all’epoca è il soggiorno in loco del noto Ciccio d’Andrea.
Fu in Candela, che l’ormai anziano giurista decise di ritirarsi e
darsi alla filosofia; e fu in Candela, che spirò il 10 settembre
del 1698. La salma, venne seppellita nella tomba dei nobili Iambrenghi.
Fra i cultori delle belle arti, seppe eccellere Pietro Masulli, morto in Napoli nel 1875, il quale, dopo aver studiato in questa città la pittura e la scultura, si applicò alla fonderia e, i suoi lavori in argento e bronzo per il loro pregio artistico erano molto considerati.
Sono noti, infatti, la statua della Vittoria sull’obelisco in piazza de Martiri e un satiro di bronzo che si conserva nel Museo Mineralogico dell’Università.

